14 febbraio 2012

Perchè non si investe in Italia

A confronto, il calo del reddito nazionale tra l'1 e il 2% previsto per il 2012 sembra un'inezia. Perché quello di cui parliamo ora vale - in termini percentuali - 35 volte tanto.
E' il crollo del 53% degli investimenti diretti esteri entrati in Italia nel 2011: in termini assoluti non sono naturalmente i maxinumeri del Pil, ma il loro peso vale comunque molto, anche come volano dell'economia. Il calcolo - quel dimezzamento in soli dodici mesi - arriva da chi dell'argomento se ne intende: il Comitato investitori esteri di Confindustria, un «club» di oltre ottanta aziende internazionali, dalla «corporate America» al «made in Germany». [corriere]

A cosa è dovuto il crollo degli investimenti?
Alta burocrazia, tempi incerti della giustizia, troppi enti con cui confrontarsi per permessi, certificati etc etc..
Tutti argomenti di cui Presa diretta ("Senza fabbriche") aveva dedicato una puntata, confrontando quello che fa il Canton Ticino per attirare le imprese, anche italiane, e quello che succede in Italia (con le imprese a caccia di fondi pubblici).

Di chi la colpa? Certo, si potrebbe continuare a tirare in ballo l'articolo 18 , come se fosse una nora di civiltà giuridica (i licenziamenti discriminatori che non devono esserci) che blocca l'economia.
Ma forse, se siamo ancora un paese nel medioevo (legislativo e burocratico) tutto dipende da questi signori (articolo di Guido Scorza su Il Fatto):
Migliaia di pagine numerate a mano con numeri cerchiati come si faceva un tempo a scuola, centinaia di formati di documento diversi, un’interminabile sequenza di timbri e stamponi – proprio quelli che il Codice dell’Amministrazione digitale dovrebbe, ormai da tempo, aver messo fuori uso e fuori legge – e poi un’infinità di firme autografe autentiche, meno autentiche e assolutamente false a penna o a pennarello.

Aggiungete centinaia e centinaia di cancellature, note e frecce di rimando dal significato poco chiaro o completamente oscuro, interminabili elenchi di nomi di senatori scritti a penna talvolta in stampatello e talvolta in corsivo, in colonna o, piuttosto in ordine sparso quasi si trattasse delle navi disposte sullo scacchiere della Battaglia navale per risultare il meno raggiungibili possibile alle coordinate che guidano i “siluri” dell’avversario.

Post-it fotocopiati con sopra annotazioni indecifrabili e una miscela di font diversi da fare invidia alle “librerie” della tipografia dell’Istituto poligrafico Zecca dello Stato, e poi fax e e-mail, stampati, fotocopiati e autografati in maniera autentica o apocrifa.

Per finire metteteci una pluralità di vocaboli che con un eufemismo si potrebbero definire neologismi, ma che in realtà sono il semplice risultato di crassa ignoranza e di profonda distanza persino dalla lingua parlata nel Paese reale. “Sistema ordinistico”, giusto per fare un esempio, tra le parole presenti nei documenti in questione ma sconosciute a tutti i principali vocabolari della lingua italiana.

E’ questo lo sconcertante e desolante scenario che attende chiunque abbia tempo e coraggio di confrontarsi con le migliaia e migliaia di emendamenti presentati dai senatori italiani alla legge di conversione del decreto legge in materia di liberalizzazioni appena varato dal Governo. Uno scenario davanti al quale ci si potrebbe limitare ad una risata, accompagnata magari da una scrollata di spalle disillusa, ma che invece impone di fermarsi a riflettere.




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